Giacomo Casanova non avrebbe mai sospettato che proprio la prostata, la ghiandola che aveva contribuito a costruire la sua fama di instancabile amatore sarebbe stata la causa del suo declino.
Eppure, nonostante una produzione cosi tumultuosa e incontrollabile di androgeni, anche Casanova dopo i 50 anni ebbe i suoi guai.
Era nato il 12 Aprile del 1725 a Venezia, durante il secolo dei Lumi, chiamato cosi perché dopo le grandi invenzioni della scienza e della tecnica, i grandi pensatori rimettevano in discussione tutto ciò che sino ad allora era stato accettato esclusivamente per fede. Fu deciso che dal quel momento ogni cosa doveva essere sottoposta al lume della ragione.
Intanto Venezia viveva la sua decadenza economica e politica, la vita della città era scossa fra scandali di ogni genere, un humus particolarmente adatto a uno spirito avventuroso come Giacomo Casanova.
Il suo fascino risiedeva in buona parte nel suo fisico: alto quasi due metri, spalle squadrate, vita sottile, fronte un po’ sfuggente, naso aquilino, labbra carnose, sguardo vivace e indagatore, colorito olivastro.
In lui trovava posto anche una raffinata galanteria particolarmente gradita dalle leggiadre donzelle veneziane.
Tutto però attuato nella radicata convinzione che “non esiste al mondo donna onesta dal cuore incorrotto”.
Ma la sua convulsa e indiscriminata attività sessuale gli lasciò come ricordo negli anni una cronica e fastidiosa uretrite.
Arrestato perchè sedusse la moglie di un giudice togato del tempo riuscì a fuggire dal carcere dei Piombi dove era stato condannato a cinque anni di prigionia.
Cosi iniziò a girovagare per l’Europa dove rimase tre anni e poi per le città italiane da Livorno a Napoli e Firenze dove fu espulso per cattiva condotta e riparò a Bologna.
Poi rientrò a Venezia accettando di collaborare come delatore dell’Inquisizione, della quale era stato vittima.
Fu in quegli anni che iniziarono a comparire i disturbi della minzione, dapprima lievi poi sempre più penosi.
Casanova pensò che fossero le complicazioni provocate dalla uretrite che lo tormentava da anni, contro la quale i medici non avevano mai saputo e probabilmente potuto fare nulla.
Non sospettò nemmeno lontanamente che la colpa potesse essere della prostata.
Da secoli questo disturbo veniva ricondotto a due sole cause: presenza di calcoli in vescica, o blenorragia, e le cure erano basate su pratiche cruente e dolorose come il sondaggio e la litotomia che spesso sortivano risultati assai più gravi della patologia stessa.
Al tempo di Casanova, la prostata era insomma poco più che una curiosità anatomica.
Fu solo alla fine del XIX secolo che iniziarono i veri progressi nella conoscenza sulla patogenesi dell’ipertrofia della prostata.
In quel tempo per il nostro amatore esistevano solo unguenti a base di ossido di zinco, antimonio ed estratto di piantaggine, che veniva introdotto nell’uretra con l’aiuto di una sonda.
Ultrasettantenne, debilitato nel fisico e nella mente era ormai diventato un vecchio orso scontroso, un solitario, un mesto e taciturno bibliotecario del castello boemo di Dux, relegato in cucina quando vi erano ospiti di riguardo, bistrattato dalla servitù e cosa più mortificante ignorato dalle donne del luogo, anche dalle contadine, così depresso da meditare seriamente il suicidio.
La prostata ormai non gli lasciava più scampo, ora complicata forse da un tumore della vescica.
Era l’epilogo di una lenta, inarrestabile sofferenza, lontano anni luce dall’ esuberante play boy che aveva mietuto centinaia di voluttuose signore senza curarsi se fossero belle o brutte, grasse o magre, vecchie o giovani. Sempre rigidamente fedele al motto latino:
Eppure, nonostante una produzione cosi tumultuosa e incontrollabile di androgeni, anche Casanova dopo i 50 anni ebbe i suoi guai.
Era nato il 12 Aprile del 1725 a Venezia, durante il secolo dei Lumi, chiamato cosi perché dopo le grandi invenzioni della scienza e della tecnica, i grandi pensatori rimettevano in discussione tutto ciò che sino ad allora era stato accettato esclusivamente per fede. Fu deciso che dal quel momento ogni cosa doveva essere sottoposta al lume della ragione.
Intanto Venezia viveva la sua decadenza economica e politica, la vita della città era scossa fra scandali di ogni genere, un humus particolarmente adatto a uno spirito avventuroso come Giacomo Casanova.
Il suo fascino risiedeva in buona parte nel suo fisico: alto quasi due metri, spalle squadrate, vita sottile, fronte un po’ sfuggente, naso aquilino, labbra carnose, sguardo vivace e indagatore, colorito olivastro.
In lui trovava posto anche una raffinata galanteria particolarmente gradita dalle leggiadre donzelle veneziane.
Tutto però attuato nella radicata convinzione che “non esiste al mondo donna onesta dal cuore incorrotto”.
Ma la sua convulsa e indiscriminata attività sessuale gli lasciò come ricordo negli anni una cronica e fastidiosa uretrite.
Arrestato perchè sedusse la moglie di un giudice togato del tempo riuscì a fuggire dal carcere dei Piombi dove era stato condannato a cinque anni di prigionia.
Cosi iniziò a girovagare per l’Europa dove rimase tre anni e poi per le città italiane da Livorno a Napoli e Firenze dove fu espulso per cattiva condotta e riparò a Bologna.
Poi rientrò a Venezia accettando di collaborare come delatore dell’Inquisizione, della quale era stato vittima.
Fu in quegli anni che iniziarono a comparire i disturbi della minzione, dapprima lievi poi sempre più penosi.
Casanova pensò che fossero le complicazioni provocate dalla uretrite che lo tormentava da anni, contro la quale i medici non avevano mai saputo e probabilmente potuto fare nulla.
Non sospettò nemmeno lontanamente che la colpa potesse essere della prostata.
Da secoli questo disturbo veniva ricondotto a due sole cause: presenza di calcoli in vescica, o blenorragia, e le cure erano basate su pratiche cruente e dolorose come il sondaggio e la litotomia che spesso sortivano risultati assai più gravi della patologia stessa.
Al tempo di Casanova, la prostata era insomma poco più che una curiosità anatomica.
Fu solo alla fine del XIX secolo che iniziarono i veri progressi nella conoscenza sulla patogenesi dell’ipertrofia della prostata.
In quel tempo per il nostro amatore esistevano solo unguenti a base di ossido di zinco, antimonio ed estratto di piantaggine, che veniva introdotto nell’uretra con l’aiuto di una sonda.
Ultrasettantenne, debilitato nel fisico e nella mente era ormai diventato un vecchio orso scontroso, un solitario, un mesto e taciturno bibliotecario del castello boemo di Dux, relegato in cucina quando vi erano ospiti di riguardo, bistrattato dalla servitù e cosa più mortificante ignorato dalle donne del luogo, anche dalle contadine, così depresso da meditare seriamente il suicidio.
La prostata ormai non gli lasciava più scampo, ora complicata forse da un tumore della vescica.
Era l’epilogo di una lenta, inarrestabile sofferenza, lontano anni luce dall’ esuberante play boy che aveva mietuto centinaia di voluttuose signore senza curarsi se fossero belle o brutte, grasse o magre, vecchie o giovani. Sempre rigidamente fedele al motto latino:
Sublata lucerna nullum discrimine inter feminas.
Ippocrate
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