Nella poetica tenebrosa di Edgar Allan Poe, il marcio si nascondeva quasi sempre dietro ad un muro, in un cunicolo o sotto le assi del pavimento. Ne “Il cuore rivelatore” Poe ci da prova magistrale della metafora del senso di colpa affondando le sue parole affilate dritte nell’animo provato del protagonista che, dopo aver ucciso e nascosto sotto il pavimento il corpo smembrato di un vecchio, ne sente ancora il battito cardiaco all’arrivo della polizia, tanto da non poterne più. Preso dal panico, confessa il delitto.
La cinematografia horror americana sembra, per certi versi, un tributo a questo racconto e, in maniera più ampia, al senso di colpa che affligge chi, dopo aver commesso un misfatto, lo sotterra per dimenticarlo. La tematica statunitense della casa infestata o abitata da un inquilino pervertito è probabilmente tutta qui, figlia di un folklore centenario che affonda le sue radici ai tempi delle grandi colonizzazioni e stragi di Nativi – i comuni “Pellerossa”.
Aver paura che dalle viscere della propria casa possa spuntare lo spirito inquieto di un morto è tipico di chi con quel morto ha qualcosa a che farci. Film come Poltergeist, Shining e Dal Tramonto all’Alba – tutti e tre imperniati sul mito dell’edificio costruito su un luogo maledetto – rappresentano l’icona di questa paura/peccato aleggiante in buona parte della produzione horror del cinema a stelle e strisce.
Di recente è uscito nelle sale 1408, ennesimo rifacimento cinematografico di uno scritto di Stephen King, l’autore forse più legato ai costumi e al folklore americano. Nel racconto, Mike Enslin (John Cusack) è uno scrittore di saggi sulle case infestate, veri e propri best seller che sbugiardano miti e leggende sulle dimore stregate e sui sedicenti fenomeni paranormali avvenuti in alcuni cimiteri. La sua natura di scettico, unita alla continua ricerca del sovrannaturale e alla prematura scomparsa della figlia, lo portano a confrontarsi con la terribile e imperscrutabile camera 1408 del Dolphin Hotel, misteriosa e quasi centenaria costruzione nel centro di New York. A nulla serviranno le raccomandazioni del direttore dell’albergo, il signor Olin (Samuel L. Jackson) e i suoi terribili racconti. In quella stanza sono avvenute cose terribili, ben cinquantasei morti violente ed inspiegabili.
La frase non suona nuova. In Shining, il cuoco Dick Halloran metteva in guardia il piccolo Danny sul fatto che lì, all’Overlook Hotel, erano avvenute cose non proprio giuste. Stesso dicasi per la medium in Poltergeist. E ancora, i film della serie Venerdì 13 e Halloween. Ragazzi che organizzano campeggi lì dove, anni prima, poveri bambini hanno subito drammatiche sorti. Per punizione, le loro anime impazzite fanno strage di quei liceali viziati e superficiali.
Torniamo a Poe. La poetica cinematografica ha preso in prestito le sue intuizioni, portandole di peso in luoghi chiusi e all’apparenza accoglienti – la casa di Amityville è l’ennesimo esempio – ma che celano al loro interno terribili misfatti. Nel profondo delle coscienze di ogni americano, c’è la consapevolezza di vivere su un territorio macchiato del sangue di chi, secoli prima, abitava quelle terre liberamente. In quelle coscienze c’è il terrore che questo magma folkloristico e leggendario possa un giorno far tremare la crosta e spingere insistentemente per venir fuori. Il terrore, si sa, nasce dalle nostre paure recondite. Durante la Guerra Fredda, il terrore erano i Russi e film come “L’Invasione degli Ultracorpi” era proprio un tributo a tali fobie. Quando, negli anni cinquanta, la gioventù ribelle minacciava gli adulti e i vecchi, i mostri erano quei ragazzetti col giubbotto di pelle e chili di gel per capelli alla Elvis Presley. Ma nel momento in cui una nazione si accorge del suo passato e nascono movimenti di sensibilizzazione verso chi abitava il paese prima di loro, diventa lapalissiano il bisogno di raccontare di questo immenso calderone che ribolle e fa scottare i piedi di coloro che calpestano la terra sotto cui si nascondono, insieme alle ossa, tanti cuori rivelatori.
Il senso di colpa pulsa e film come 1408 sono il miglior modo per esternare ed esorcizzare tali paure.
Giuseppe Branca
La cinematografia horror americana sembra, per certi versi, un tributo a questo racconto e, in maniera più ampia, al senso di colpa che affligge chi, dopo aver commesso un misfatto, lo sotterra per dimenticarlo. La tematica statunitense della casa infestata o abitata da un inquilino pervertito è probabilmente tutta qui, figlia di un folklore centenario che affonda le sue radici ai tempi delle grandi colonizzazioni e stragi di Nativi – i comuni “Pellerossa”.
Aver paura che dalle viscere della propria casa possa spuntare lo spirito inquieto di un morto è tipico di chi con quel morto ha qualcosa a che farci. Film come Poltergeist, Shining e Dal Tramonto all’Alba – tutti e tre imperniati sul mito dell’edificio costruito su un luogo maledetto – rappresentano l’icona di questa paura/peccato aleggiante in buona parte della produzione horror del cinema a stelle e strisce.
Di recente è uscito nelle sale 1408, ennesimo rifacimento cinematografico di uno scritto di Stephen King, l’autore forse più legato ai costumi e al folklore americano. Nel racconto, Mike Enslin (John Cusack) è uno scrittore di saggi sulle case infestate, veri e propri best seller che sbugiardano miti e leggende sulle dimore stregate e sui sedicenti fenomeni paranormali avvenuti in alcuni cimiteri. La sua natura di scettico, unita alla continua ricerca del sovrannaturale e alla prematura scomparsa della figlia, lo portano a confrontarsi con la terribile e imperscrutabile camera 1408 del Dolphin Hotel, misteriosa e quasi centenaria costruzione nel centro di New York. A nulla serviranno le raccomandazioni del direttore dell’albergo, il signor Olin (Samuel L. Jackson) e i suoi terribili racconti. In quella stanza sono avvenute cose terribili, ben cinquantasei morti violente ed inspiegabili.
La frase non suona nuova. In Shining, il cuoco Dick Halloran metteva in guardia il piccolo Danny sul fatto che lì, all’Overlook Hotel, erano avvenute cose non proprio giuste. Stesso dicasi per la medium in Poltergeist. E ancora, i film della serie Venerdì 13 e Halloween. Ragazzi che organizzano campeggi lì dove, anni prima, poveri bambini hanno subito drammatiche sorti. Per punizione, le loro anime impazzite fanno strage di quei liceali viziati e superficiali.
Torniamo a Poe. La poetica cinematografica ha preso in prestito le sue intuizioni, portandole di peso in luoghi chiusi e all’apparenza accoglienti – la casa di Amityville è l’ennesimo esempio – ma che celano al loro interno terribili misfatti. Nel profondo delle coscienze di ogni americano, c’è la consapevolezza di vivere su un territorio macchiato del sangue di chi, secoli prima, abitava quelle terre liberamente. In quelle coscienze c’è il terrore che questo magma folkloristico e leggendario possa un giorno far tremare la crosta e spingere insistentemente per venir fuori. Il terrore, si sa, nasce dalle nostre paure recondite. Durante la Guerra Fredda, il terrore erano i Russi e film come “L’Invasione degli Ultracorpi” era proprio un tributo a tali fobie. Quando, negli anni cinquanta, la gioventù ribelle minacciava gli adulti e i vecchi, i mostri erano quei ragazzetti col giubbotto di pelle e chili di gel per capelli alla Elvis Presley. Ma nel momento in cui una nazione si accorge del suo passato e nascono movimenti di sensibilizzazione verso chi abitava il paese prima di loro, diventa lapalissiano il bisogno di raccontare di questo immenso calderone che ribolle e fa scottare i piedi di coloro che calpestano la terra sotto cui si nascondono, insieme alle ossa, tanti cuori rivelatori.
Il senso di colpa pulsa e film come 1408 sono il miglior modo per esternare ed esorcizzare tali paure.
Giuseppe Branca
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