Lo scorso aprile, una ragazza di diciassette anni, irachena, è deceduta a seguito di una delle più atroci esecuzioni pubbliche che la storia ricordi: lapidazione. Si chiamava Asward, la sua colpa l’ aver amato un musulmano, amore disapprovato dalla famiglia. L’hanno circondata, presa a calci e pugni, massacrata a colpi di pietre. C’è un video in rete che ne mostra l’agghiacciante freddezza e metodicità. Complimenti al cameraman per la mano ferma e la mancanza di scrupoli: forse, se avesse potuto, le avrebbe chiesto di mettersi in posa.
Diciassette anni. C’erano anche agenti in divisa della polizia irachena. Il colpo di grazia è arrivato per via di una grossa pietra che le ha fracassato il cranio, poi qualcuno, in uno strano impeto di pudore, le ha coperto le gambe nude con una giacca. Sembra il triste finale di un film neorealista o uno sballato assioma aristotelico, il contraddittorio nel continuum spazio temporale. Pensandola come Star Trek: anno 2007, missione su Marte e delitti d’onore. Quale dei due è l’anacronismo?
Storicamente, la lapidazione – uccisione attraverso lancio di pietre – è il tipo di pena di morte inflitto a prostitute, adultere, assassini e omosessuali. In molti casi il supplizio avveniva con la partecipazione degli accusatori stessi del condannato, un po’ come è successo alla povera Asward. La morte avviene per danni causati al cervello, per asfissia o per l’insieme di tutte le ferite. Al giorno d’oggi, l’Iraq non è l’unica nazione in cui tale pratica resiste. Molti Stati il cui diritto è strutturato sulla legge coranica se ne servono ancora. In Iran, sembra che addirittura esista una procedura studiata all’uopo, in modo da rendere più doloroso possibile il decesso: pietre né troppo grandi, né troppo piccole, della grandezza giusta per prolungare l’agonia.
Un documento chiamato “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, riconosciuto da tutte le nazioni civili del mondo come insieme di diritti inalienabili e costituito all’indomani della barbarie nazista, si fonda sulla giustezza etica dell’agire umano, punto d’arrivo degli studi filosofici di John Locke, Jean-Jaques Rosseau, Voltaire e Kant. Il caso della giovane Asward potrebbe annichilire anni di studi di cotanti pensatori illuminati.
La triste realtà è che raramente apriamo gli occhi. Le nostre vite assomigliano sempre di più ad uno slogan vuoto a cui basta dare la giusta motivazione semantica. Diciamo che è la loro cultura. Diciamo che se lo sono andato a cercare. Diciamo che, fondamentalmente, se le donne non si ribellano, vuol dire che a loro sta bene. Un vecchio detto recita: “fare di tutta l’erba un fascio”. In ogni gruppo, in ogni comunità, da che mondo è mondo, è sempre esistita la mela marcia. Se accettassimo i nostri slogan, ne dedurremmo che noi tutti italiani siamo ancora fascisti. Che i tedeschi sono nazisti, gli inglesi imperialisti e gli americani cow-boy alla Buffalo Bill. La comunità umana non può restare indifferente davanti a tali scelleratezze. In Iraq non c’è solo petrolio, ma anche speranza di salvezza, sogni e amore, quello che Asward ha cercato inutilmente di dare al suo amante.
Gesù Cristo una volta, salvando la Maddalena dalla lapidazione, si voltò verso la folla di forsennati e disse:
“Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei”.
Fece una linea sul terriccio e nessuno dei presenti ebbe il coraggio di scagliare una pietra oltre. Forse siamo tutti in attesa di qualcuno che sia in grado di tracciare di nuovo quella linea.
G.B.
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