Nell'allestimento della personale dell'artista napoletano Amedeo Sanzone (in corso fino al 16 febbraio alla galleria Spazio Arte in via Salvator Rosa 299/c) anche la disposizione dei quadri è indicativa di una ricerca sullo spazialismo. Precisa, minuziosa, fino all'acribia. Lo studio è alla base di tutto. Così le tele si snodano in una serialità disordinata, tale da creare il senso di una infinita ripresentazione del fatto artistico in forme che si ritrovano in altri colori e in un cromatismo che ha già in sé un'infinità di forme.
Dodici quadri senza tela, dove lo spazio non è delimitato ed è il colore saturo, omogeneo, intenso a dare concretezza all'astrattismo. Dodici lavori realizzati con colori acrilici (vernici per auto) su lastre di policarbonato trasparente (lexan). Ma è l'oggetto d'acciaio o di alluminio di piccole dimensioni, inserito in questo ambito, a creare la scansione minimale. È grazie a questa applicazione che l'apertura dello spazio si trasfonde nella percezione del tempo istantaneo. Un tempo brevissimo nella sua puntualità ma infinito nella sua dimensione concettuale. L'istante che consente una distensione d'animo infinita è appunto quello della creazione artistica. La grande rilevanza estetica della ricerca di Sanzone è data proprio dalla capacità di mostrare il momento preciso in cui la potenza creatrice, nascosta nei recessi dell'anima, passa dall'invisibile al visibile e viceversa. In quell'attimo il silenzio regna sovrano. Ed è la scelta cromatica a condurci nella profondità di questi istanti misteriosi. Sono i porpora intensi, i blu profondi come i fondali, i bianchi luminosi e i neri assoluti come la notte, ad accennare agli abissi cosmici da cui tutto ha inizio. Eppure l'infinito rappresentato nelle tele dall'artista non è mai inquietante o angosciante. Non è il vuoto della vertigine filosofica, ma un'assenza fin troppo piena di senso. E a questo risultato arriva soprattutto grazie alla sua modalità operativa. Nella creazione Amedeo Sanzone parte sempre da un'opera ricca di elementi, lavora poi per sottrazione fino alla realizzazione di quegli unicum percettivi, che si costruiscono nei delicati rapporti di grandezze e distanze, nella profondità del cromatismo, nei giochi di luce orchestrati grazie all'alternanza di colore puro e trasparenza.
Quella di Sanzone insomma è un'arte priva di ogni riferimento naturalistico. Ogni quadro non è mai identificabile immediatamente come somiglianza, anche vaga, a qualcosa. Ma non si tratta neppure di assenza pura, bensì di pittura, di arte. Perché ogni opera accenna alla mano dell'artista, una mano sospesa ad uno sguardo sopra l'invisibile.
E in questa ricerca non figurativa sono soprattutto i titoli a permettere ai segni pittorici di svolgere la loro funzione. Qui il titolo non designa in maniera univoca l'oggetto rappresentato, ma presenta un'essenza logica del mondo a cui i più non hanno accesso. Danno senso a quella materia caotica da cui tutto ha origine. I nomi dei quadri sono ripresi dalla mitologia e dalla filosofia. Due modi diversi di spiegare l'origine del mondo. I nomi quasi in modo didattico guidano lo spettatore in direzione di quel puro accento d'essere che è la creazione. Senza “Efesto”, il dio del fuoco, o “Afrodite”, dea della bellezza, gli uomini non avrebbe mai avuto accesso a quel movimento insondabile grazie al quale l'opera del dio e quella dell'artista realizzano il mondo che è visibile a tutti. Ma senza “Essere e tempo” o “Ecce homo” non avrebbero mai compreso il senso di questo esuberante movimento.
Dodici quadri senza tela, dove lo spazio non è delimitato ed è il colore saturo, omogeneo, intenso a dare concretezza all'astrattismo. Dodici lavori realizzati con colori acrilici (vernici per auto) su lastre di policarbonato trasparente (lexan). Ma è l'oggetto d'acciaio o di alluminio di piccole dimensioni, inserito in questo ambito, a creare la scansione minimale. È grazie a questa applicazione che l'apertura dello spazio si trasfonde nella percezione del tempo istantaneo. Un tempo brevissimo nella sua puntualità ma infinito nella sua dimensione concettuale. L'istante che consente una distensione d'animo infinita è appunto quello della creazione artistica. La grande rilevanza estetica della ricerca di Sanzone è data proprio dalla capacità di mostrare il momento preciso in cui la potenza creatrice, nascosta nei recessi dell'anima, passa dall'invisibile al visibile e viceversa. In quell'attimo il silenzio regna sovrano. Ed è la scelta cromatica a condurci nella profondità di questi istanti misteriosi. Sono i porpora intensi, i blu profondi come i fondali, i bianchi luminosi e i neri assoluti come la notte, ad accennare agli abissi cosmici da cui tutto ha inizio. Eppure l'infinito rappresentato nelle tele dall'artista non è mai inquietante o angosciante. Non è il vuoto della vertigine filosofica, ma un'assenza fin troppo piena di senso. E a questo risultato arriva soprattutto grazie alla sua modalità operativa. Nella creazione Amedeo Sanzone parte sempre da un'opera ricca di elementi, lavora poi per sottrazione fino alla realizzazione di quegli unicum percettivi, che si costruiscono nei delicati rapporti di grandezze e distanze, nella profondità del cromatismo, nei giochi di luce orchestrati grazie all'alternanza di colore puro e trasparenza.
Quella di Sanzone insomma è un'arte priva di ogni riferimento naturalistico. Ogni quadro non è mai identificabile immediatamente come somiglianza, anche vaga, a qualcosa. Ma non si tratta neppure di assenza pura, bensì di pittura, di arte. Perché ogni opera accenna alla mano dell'artista, una mano sospesa ad uno sguardo sopra l'invisibile.
E in questa ricerca non figurativa sono soprattutto i titoli a permettere ai segni pittorici di svolgere la loro funzione. Qui il titolo non designa in maniera univoca l'oggetto rappresentato, ma presenta un'essenza logica del mondo a cui i più non hanno accesso. Danno senso a quella materia caotica da cui tutto ha origine. I nomi dei quadri sono ripresi dalla mitologia e dalla filosofia. Due modi diversi di spiegare l'origine del mondo. I nomi quasi in modo didattico guidano lo spettatore in direzione di quel puro accento d'essere che è la creazione. Senza “Efesto”, il dio del fuoco, o “Afrodite”, dea della bellezza, gli uomini non avrebbe mai avuto accesso a quel movimento insondabile grazie al quale l'opera del dio e quella dell'artista realizzano il mondo che è visibile a tutti. Ma senza “Essere e tempo” o “Ecce homo” non avrebbero mai compreso il senso di questo esuberante movimento.
Milena Cozzolino
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