Gabriele Lavia porta in scena il dramma di cui non si osa pronunciare il nome. Il Bardo morì interpretandolo. Ai suoi spettatori, invece, non resta che constatare ogni volta quanto il destino sia più forte di credenze e superstizioni. Quelle stesse a cui gli uomini si aggrappano per non andare incontro al loro destino. È dall’autosuggestione che nasce questa tragedia shakespeariana.
Ad aprire lo spettacolo (in scena al Mercadante di Napoli dal 20/01 al 30/01/2010) c’è una spessa coltre di nebbia, che conduce in quell’oltre, dove la vita è solo frutto delle nostre proiezioni. Come miasmi esalati dagli abissi più reconditi dei desideri più lascivi, appaiono a Macbeth (interpretato dallo stesso Gabriele Lavia) e Banquo (Mauro Pietramale) tre giovanissime donne (Giorgia Sinicorni, Chiara Degani e Giulia Galiani). Le vesti discinte e i capelli scarmigliati, danzano con movenze sensuali che lusingano e illudono i due uomini, sussurrando loro ciò che vogliono sentirsi dire. Macbeth sarà signore di Glamis e di Cowdor, e Banquo, più piccolo e più grande di Macbeth, regnerà sulla Scozia grazie alla sua progenie. Le donne seminude, lontane dagli esseri barbuti di shakespeariana memoria, fuggono via da una pedana approntata sul boccascena, come tre ninfe che vogliono essere rincorse. Da qui inizia la marcia criminale verso il potere vaneggiato. E da qui inizia il senso di colpa di Macbeth per averlo solo desiderato.
Gabriele Lavia reinterpreta il dramma scozzese come tragedia del senso di colpa su cui si fonda la società occidentale. Inizia così un discorso interpretativo che lo trasforma in un bambino che vaneggia il parricidio. Il punto di partenza è il racconto originario della nostra civiltà. E quando questo desiderio, invece di essere ricacciato come un tabù, si realizza con l’uccisione di re Duncan (interpretato con forza da Maurizio Lombardi), Macbeth diviene un folle buffone, costantemente sopra le righe e oltre ogni regola. A questo stesso discorso interpretativo non giunge invece la Lady (Giovanna Di Rauso), che appare costantemente fuori dalla complessa partitura di segni messa a punto da Lavia. Talvolta la sua isteria sembra mal controllata, come nella scena del banchetto, in cui straripa sopra il dramma di Macbeth. Altre volte la sua energia appare troppo flebile per tener dietro all’intensità di certe scene. Come quando si aggira sul palco in preda alla visione delle mani insanguinate, pregne dei delitti di cui si è fatta promotrice. Poetica, invece, è l’immagine di lei in riva al mare che ritaglia una corona di carta per il suo sposo. Come un’amica del cuore, compagna e complice di un gioco crudele, la Lady conduce per mano Macbeth nella corsa forsennata verso un potere effimero. Un potere fatto di carta pesta come la corona che porta sul capo. Un potere fatto di apparenze spettacolari, come mostra la scenografia (realizzata da Alessandro Camera) su cui campeggiano uno specchio da primo camerino, bauli d’attrezzeria, una scala. Lo spettacolo del potere in allestimento ne mette in rilievo l’essenza fatta di lustrini e paillettes. Le luci della ribalta (orchestrate da Pietro Sperduti) illuminano il potere dello spettacolo che riesce ad ingannare tutti, tranne se stessi. Così la Lady muore soffocata dai sensi di colpa, mentre tutt’intorno continuano ad alzarsi i siparietti delle diverse scene. Il ritmo veloce dello spettacolo strizza l’occhio al cinema. Ma c’è di più. La tragedia di Macbeth è raccontata facendo appello a diversi registri. Le guardie reali vestono i panni di una squadra nazifascista (i costumi sono di Andrea Viotti) e non combattono con spade, ma a colpi di baionetta. Talvolta si ha l’impressione di essere traspostati nel selvaggio west, altre di essere in un “roman gothic”. Quasi a denunciare che la favola del potere può essere raccontata in mille modi, ma è sempre la vanagloria a metterla in moto e il senso di colpa a condurla fino alla fine. Il senso di colpa che non redime, diviene qui la giustificazione per andare avanti. Come se tornare indietro fosse troppo pericoloso. Fermarsi meno rassicurante che continuare. Ma il dramma scozzese è soprattutto un’antitragedia. Alla fine dello spettacolo ci si aspetta di avere il barone di Cawdor seduto di fianco, spettatore di quella vicenda troppo laida, e che il nostro sguardo lo ammonisca a non correre dietro al canto lusinghiero delle streghe-sirene. Il Macbeth di Lavia è uno spettacolo contro la seduzione che consuma la vita in una spirale di fumo priva di realtà.
Ad aprire lo spettacolo (in scena al Mercadante di Napoli dal 20/01 al 30/01/2010) c’è una spessa coltre di nebbia, che conduce in quell’oltre, dove la vita è solo frutto delle nostre proiezioni. Come miasmi esalati dagli abissi più reconditi dei desideri più lascivi, appaiono a Macbeth (interpretato dallo stesso Gabriele Lavia) e Banquo (Mauro Pietramale) tre giovanissime donne (Giorgia Sinicorni, Chiara Degani e Giulia Galiani). Le vesti discinte e i capelli scarmigliati, danzano con movenze sensuali che lusingano e illudono i due uomini, sussurrando loro ciò che vogliono sentirsi dire. Macbeth sarà signore di Glamis e di Cowdor, e Banquo, più piccolo e più grande di Macbeth, regnerà sulla Scozia grazie alla sua progenie. Le donne seminude, lontane dagli esseri barbuti di shakespeariana memoria, fuggono via da una pedana approntata sul boccascena, come tre ninfe che vogliono essere rincorse. Da qui inizia la marcia criminale verso il potere vaneggiato. E da qui inizia il senso di colpa di Macbeth per averlo solo desiderato.
Gabriele Lavia reinterpreta il dramma scozzese come tragedia del senso di colpa su cui si fonda la società occidentale. Inizia così un discorso interpretativo che lo trasforma in un bambino che vaneggia il parricidio. Il punto di partenza è il racconto originario della nostra civiltà. E quando questo desiderio, invece di essere ricacciato come un tabù, si realizza con l’uccisione di re Duncan (interpretato con forza da Maurizio Lombardi), Macbeth diviene un folle buffone, costantemente sopra le righe e oltre ogni regola. A questo stesso discorso interpretativo non giunge invece la Lady (Giovanna Di Rauso), che appare costantemente fuori dalla complessa partitura di segni messa a punto da Lavia. Talvolta la sua isteria sembra mal controllata, come nella scena del banchetto, in cui straripa sopra il dramma di Macbeth. Altre volte la sua energia appare troppo flebile per tener dietro all’intensità di certe scene. Come quando si aggira sul palco in preda alla visione delle mani insanguinate, pregne dei delitti di cui si è fatta promotrice. Poetica, invece, è l’immagine di lei in riva al mare che ritaglia una corona di carta per il suo sposo. Come un’amica del cuore, compagna e complice di un gioco crudele, la Lady conduce per mano Macbeth nella corsa forsennata verso un potere effimero. Un potere fatto di carta pesta come la corona che porta sul capo. Un potere fatto di apparenze spettacolari, come mostra la scenografia (realizzata da Alessandro Camera) su cui campeggiano uno specchio da primo camerino, bauli d’attrezzeria, una scala. Lo spettacolo del potere in allestimento ne mette in rilievo l’essenza fatta di lustrini e paillettes. Le luci della ribalta (orchestrate da Pietro Sperduti) illuminano il potere dello spettacolo che riesce ad ingannare tutti, tranne se stessi. Così la Lady muore soffocata dai sensi di colpa, mentre tutt’intorno continuano ad alzarsi i siparietti delle diverse scene. Il ritmo veloce dello spettacolo strizza l’occhio al cinema. Ma c’è di più. La tragedia di Macbeth è raccontata facendo appello a diversi registri. Le guardie reali vestono i panni di una squadra nazifascista (i costumi sono di Andrea Viotti) e non combattono con spade, ma a colpi di baionetta. Talvolta si ha l’impressione di essere traspostati nel selvaggio west, altre di essere in un “roman gothic”. Quasi a denunciare che la favola del potere può essere raccontata in mille modi, ma è sempre la vanagloria a metterla in moto e il senso di colpa a condurla fino alla fine. Il senso di colpa che non redime, diviene qui la giustificazione per andare avanti. Come se tornare indietro fosse troppo pericoloso. Fermarsi meno rassicurante che continuare. Ma il dramma scozzese è soprattutto un’antitragedia. Alla fine dello spettacolo ci si aspetta di avere il barone di Cawdor seduto di fianco, spettatore di quella vicenda troppo laida, e che il nostro sguardo lo ammonisca a non correre dietro al canto lusinghiero delle streghe-sirene. Il Macbeth di Lavia è uno spettacolo contro la seduzione che consuma la vita in una spirale di fumo priva di realtà.
Milena Cozzolino
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