Chi non denuncerà il pizzo andrà fuori dall’associazione. Questo, nella sostanza, il contenuto della delibera approvata all’unanimità dalla giunta di Confindustria nei giorni scorsi, e che prevede l’esclusione o sospensione degli imprenditori vessati che non provvederanno a denunciare il racket.
“È una decisione molto importante e che rafforza il nostro impegno in prima linea contro la criminalità”, ha commentato la presidente Emma Marcegaglia, che ha avuto parole di apprezzamento anche per l’operato del Governo e del ministro Sacconi, rivolto a contrastare la mafia, l’illegalità e il lavoro nero, che secondo i dati più recenti raggiunge livelli del 44% sul territorio nazionale. “È un problema di civiltà e di rispetto delle persone, e per le aziende in regola è anche una forma di concorrenza sleale drammatica: è quindi fondamentale lavorare in questa direzione”.
Il provvedimento mira a tutelare in maniera effettiva gli industriali che, denunciando, spesso rimangono isolati ed esposti alle minacce del racket, lasciati soli da quegli imprenditori che viceversa con la loro acquiescenza finiscono per favorire il gioco delle organizzazioni criminali. Con questa delibera Confindustria lancia un segnale chiaro: atteggiamenti di tolleranza nei confronti del racket non saranno più giustificati né tollerati, in piena coerenza con la nuova norma prevista dal decreto legge sulla sicurezza, che esclude dalla partecipazione alle gare d’appalto tutte le imprese che continuano a pagare il pizzo senza ribellarsi.
La decisione di Confindustria ripercorre la strada aperta nel 2007 dal presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, e dal suo editto antiracket, che costituisce un punto di riferimento per tutti gli imprenditori che non si rassegnano a sottostare alle pressioni della criminalità organizzata.
La nuova delibera prende infatti atto della diffusione sempre più capillare del fenomeno criminale, che proprio il silenzio prolungato degli imprenditori vessati ha finito col rafforzare.
Soddisfazione anche nelle dichiarazioni di Tano Grasso, presidente onorario della Federazione antiracket. Secondo Grasso la decisione di Confindustria rappresenta “un elemento di rottura nell’atteggiamento del mondo imprenditoriale italiano. Confindustria – prosegue Grasso – deve arrivare in tempi brevi ad esempi percepibili di sanzioni nei confronti degli imprenditori in Campania, Calabria e Sicilia dove la stragrande maggioranza paga in silenzio il pizzo”.
Secondo il presidente antiracket, “la posizione di Confindustria deve diventare modello per tutte le associazioni di categoria: bisogna passare dall’antimafia dei convegni a quella delle denunce degli imprenditori che nella stragrande maggioranza sono organizzati dalle associazioni di categoria”.
La lotta alle mafie, non soltanto a quella siciliana, passa anche attraverso provvedimenti come quello di Confindustria, che si sposa del resto con l’orientamento di alcuni pm, i quali arrivano a contestare il reato di favoreggiamento mafioso alle vittime che negato di aver pagato il pizzo dinanzi a evidenze istruttorie.
Sul tema dell’illegalità e del lavoro nero è intervenuto anche il direttore generale, Giampaolo Belli, che ha sottolineato l’esigenza di risolvere “un problema di convivenza civile perchè le imprese in nero fanno concorrenza sleale a quelle in regola. Queste imprese - ha aggiunto Galli - distorcono in maniera inaccettabile i meccanismi di mercato”.
Alessandro Demartis
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